Nusa Lembongan

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Siamo giunti via mare da Bali in questa isola minore del  gruppo delle piccole isole della Sonda. Nonostante il turismo si stia affacciando anche qui, tutto è ancora calmo e tranquillo e la vita della gente locale scorre seguendo tempi  che il progresso, da altre parti, ha trasformato per adeguarla ai suoi.

Arriviamo nel tardo pomeriggio e ci basta passeggiare in spiaggia, aspettando che arrivi il tramonto, per godere di alcune scene di vita rappresentative di questo luogo meraviglioso.

Le donne, in un rituale che si ripete al mattino ed alla sera e ne scandisce la sacralità, portano le offerte a Shiva, Brahma e Visnu. Sono le tre forme dell’unico dio, e l’adorazione di questa trinità è un elemento distintivo dell’hinduismo balinese, che si distingue da quello indiano anche per la sua radice animista. Nelle preghiere e nelle cerimonie le divinità ancestrali sono sempre presenti, così come gli elementi naturali ad esse collegati: l’acqua, la terra, il fuoco, le montagne, la fertilità o il riso.

L’offerta, un cestino di foglie di palma con del riso, fiori ed una bacchetta di incenso accesa, viene adagiata per terra, segno che è dedicata ad un demone, e con un delicato movimento delle mani, che ricorda il battere d’ali di una farfalla, il fumo spanso in aria.

Il gallo canta, annunciando il rientro delle barche dei pescatori, mentre uomini e donne impegnati a lavorare sui tratti di mare coltivati ad alghe fanno la spola dalla spiaggia portando ceste sulla testa o bilancieri sulle spalle.

 

In quest’isola la coltivazione delle alghe rappresenta ancora una delle principali fonti di reddito. E’ chiamata genericamente alga rossa, anche se, a seconda del grado di maturazione prima ed essiccazione poi, può assumere tonalità di colore che vanno dal verde al rosso passando per il giallo. Da questa specie del genere Euchema, si estrae la carragenina, un componente utilizzato nell’industria alimentare ed in quella dei cosmetici. Quando al supermercato, leggendo l’etichetta di una qualche prodotto che stiamo acquistando, troviamo ‘addensante’ nella lista ingredienti, con molta probabilità si tratta proprio del risultato della lavorazione di quest’alga.

 

La pratica di coltivare queste alghe su tratti di barriera corallina è originaria di questa zona del sud-est asiatico, anche se ormai è diffusa in diverse parti del mondo. Ne avevamo sentito già parlare, ma dobbiamo attendere che, nell’alternarsi delle maree, l’acqua alta ceda il passo alla bassa per scoprire i segreti di questa tecnica che ricorda quella utilizzata dai viticoltori nei vigneti. Usando le canne di bambù come sostegni, le alghe crescono in filari che, grazie al costante ricambio di acqua ricca di elementi nutritivi, garantiscono continue e rigogliose produzioni.

I carnosi rametti vengono ‘potati’ e riposti nelle ceste di bambù o nelle reti di raccolta inserite all’interno di vecchie camere d’aria gonfie che, galleggiando sull’acqua, ne agevolano il trasporto tra i ‘campi’. Dato che ogni singolo pezzo è comunque prezioso, quelli che il moto ondoso stacca naturalmente dai filari e trasporta a riva vengono attentamente raccolti.

 

Mentre i bambini giocano ancora spensierati o raccolgono conchiglie finché la madri non li richiamano a se, il sole si congeda da questo teatro naturale e noi con lui. Lungo il breve sentiero che percorriamo fino al nostro resort l’odore pungente delle alghe lasciate ad essiccare sopra i teli ci entra dalle narici a fissarsi insieme ai suoni ed alle immagini di questi momenti.

 

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Nusa Lembonganultima modifica: 2010-08-23T19:00:00+00:00da massimoko
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Comments

  • Bella la vita naturale e spontanea di queste popolazioni però per loro sarebbe un bene che il turismo arrivasse, le tradizioni si distruggono in parte ma la vita delle popolazioni migliora.
    Ciao

  • Il processo di sviluppo turistico è iniziato anche qui, come è normale che accada quando un luogo, con le sue caratteristiche, le sue bellezze e la sua atmosfera viene scoperto e poi diventa ‘ricercato’. Penso però che ci possa essere un giusto compromesso tra sviluppo e rispetto delle tradizioni.
    Se da un lato sarebbe bello poter godere di posti incontaminati e sconosciuti ai molti, sperando che non cambino mai, dall’altro sarebbe però, forse, egoistico, soprattutto nei confronti delle popolazioni locali che grazie al turismo possono migliorare le loro condizioni economiche.
    Negli anni ’70 i viaggiatori ‘zaino in spalla’ tenevano gelosamente ai loro ‘diari di viaggio’ e li condividevano con pochi, salvaguardando a loro modo la bellezza e la cultura dei posti.
    Alcuni di quelli -lungimiranti dal loro punto di vista- hanno saputo trasformare quegli appunti di viaggio in guide ormai diffuse in tutto il mondo ed in tutte le lingue che, nel processo di globalizzazione del turismo, ci presentano quella bellezza già impacchettata e pronta all’uso.
    Forse però questo processo sta lentamente togliendo la magia del viaggiare e dello scoprire i luoghi.
    Tiziano Terzani scriveva provocatoriamente, (Un altro giro di giostra) che si sarebbe dovuto abolire i passaporti e tornare ai tempi in cui chi voleva visitare un paese doveva avere un invito ed una lettera di accesso.
    Lui, che per una vita ha vissuto e amato l’Asia, era, già alla fine degli anni ‘90, triste per quello che erano diventati posti come Ko Samui.
    Personalmente il mio approccio, seppur limitato, da viaggiatore e quello di avere un atteggiamento rispettoso dei luoghi, integrandomi nella cultura e nelle usanze. Senza avere la pretesa di ritrovare dall’altre parte del mondo un format preimpostato e le stesse cose che ho a casa.
    E’ solo un piccolo passo, lo so, perché è proprio grazie al processo di ‘globalizzazione del turismo’ se ho a disposizione i voli economici per raggiungere quei ‘paradisi’ o se posso trovare anche sull’isoletta sperduta il mio soft drink preferito.

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