Taj Mahal

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Attraversato il darwaza, il portone d’ingresso che dal cortile esterno conduce verso i giardini ornamentali in stile persiano, la vista di questo splendido mausoleo lascia senza fiato per la sua imponenza.

Il marmo bianco con cui è costruito, e la luce del cielo sullo sfondo in cui si staglia, mi trafiggono le pupille ancora dilatate dopo il breve passaggio attraverso l’androne privo di luce.

Una notevole distanza separa il portale di acceso dalla piattaforma rialzata in cui il Taj Mahal si erge, di fronte alle fontane che decorano i giardini ed alle spalle il fiume Yamuna, ma il colpo d’occhio ne rivela subito la sua grandezza e bellezza.

Una bellezza esteriore, definita dal poeta indiano Tagore “una lacrima sul volto dell’eternità”, che è specchio di quella interiore. Simbolo tra i simboli dell’India e del sentimento di amore, il Taj Mahal fu fatto costruire dall’imperatore moghul Shah Jahan come dimora delle spoglie mortali della moglie Mumtaz Mahal.

Si narra che alla sua morte, causata da complicanze sorte dopo il parto dell’ultimo di quattordici figli, l’imperatore subì uno shock talmente forte che nel giro di pochi giorni il suo aspetto invecchiò, i capelli diventarono grigi e la pelle secca e ruvida come petali di rosa ormai appassita.

 

 

Il luogo è affollato di turisti, occidentali e orientali, tra cui molti indiani. Una famiglia Sikh chiede di fare una foto con noi, e questo mi colpisce anche se ovviamente la cosa fa piacere.

Avanziamo parallelamente al canale che corre da sud a nord fino al bacino posto al centro del charbag, dove il gioco dei riflessi sull’acqua è particolarmente suggestivo, e proseguiamo verso il mausoleo.

Dalle scale che conducono sulla piattaforma si intravede già la lunga fila che si è formata e che si snoda, come un incredibile lunghissimo millepiedi su tutto il perimetro esterno e poi fino all’ingresso principale del mausoleo dove, in una camera sotterranea al disotto della sala centrale, si trovano le tombe reali dell’imperatore e dell’amata moglie.

So già che in realtà non vedremo le vere tombe, quelle che contengono le salme, ma soltanto i cenotafi costruiti sul livello superiore e orientati in modo da combaciare con quelle sottostanti.

 

 

Il primo sentimento alla vista di questa interminabile coda sarebbe quello di lasciar perdere: come minimo passeranno 2 o 3 ore per accedere all’interno del mausoleo. Naturalmente continuiamo e, come spesso succede nei viaggi o nella vita che il fine ultimo non sia la meta ma il viaggio che si fa, anche qui per me l’attesa, lo scorrere lento a piccoli passi in coda dietro a centinaia di persone, si rivela il vero scopo: la scoperta delle meraviglie di questo luogo.

Solo così, mi rendo conto, è possibile respirare a pieno il fascino dei dettagli e dell’insieme. La simmetria del complesso con le sue semplici geometrie che si ripetono sui diversi livelli risulta elegante e comunque mai noiosa. E mentre la coda si avvicina alla struttura si iniziano ad apprezzare anche i dettagli.

I minareti, uno su ciascun angolo della piattaforma, si ergono come guardie imperiali a vegliare sul riposo di Mumtaz. Una sensazione di vertigine mi colpisce guardandoli stagliarsi verso il cielo, tra stormi di uccelli che lo solcano e la luna pallida che si inserisce tra i pinnacoli sopra le nicchie, le cui volte con archi ad ogiva richiamano le grandi cupole che sovrastano l’edificio.

Sulla maggiore di queste, imponente al centro della struttura, spicca una guglia decorativa la cui punta è attraversata da una mezzaluna coricata così da formare un tridente, simbolo di Shiva. Islam ed Induismo insieme a chiudere le curve della cupola e dell’intero mausoleo e suggellarne la spinta verso il cielo.

 

 

Ormai a ridosso delle facciate si possono apprezzare le decorazioni e gli intarsi di pietre semipreziose, a soggetto geometrico o floreale di chiara ispirazione alla tradizione musulmana. E posso ammirare le incisioni calligrafiche che in buona parte riprendono citazioni dal Corano, e che dalle pareti esterne si sviluppano sul portone d’ingresso e poi, una volta entrati nel recinto ottagonale di marmo perforato costruito dentro la stanza centrale, ritrovo a decorare i cenotafi.

In quel momento ripenso a mia madre – che Dio l’abbia in gloria – che, sempre spinta da un moto interiore di ricerca libera ed indipendente della verità, mi ha trasmesso la sua passione per l’oriente, la sua cultura, l’arte e le religioni.

Mi viene in mente questo versetto, tratto dalla Sura di Giona:

<<E Dio chiama alla Dimora della Pace e guida chi vuole sul retto sentiero. A chi avrà fatto il bene supremo, bene sarà dato, e più ancora […]. Avranno il Giardino del cielo dove rimarranno in eterno.>>

Non è tra quelli incisi sulle tombe, ma potrebbe esserlo. Lo dedico a lei, che avrebbe voluto fare un viaggio in India e venire qui.

 

 

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Taj Mahalultima modifica: 2010-10-16T19:35:00+00:00da massimoko
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