New Dehli

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Sono arrivato in India ancora non completamente sicuro del viaggio che stavo iniziando. Le settimane precedenti erano state indaffarate e piene di atri pensieri che mi avevano tenuto distante da quell’emozione, fibrillazione e crescendo di aspettative che è solita accompagnarmi nella preparazione del viaggio e nella attesa fino al giorno della partenza.

La stessa organizzazione dei dettagli, dalla ricerca dei voli per New Delhi, alla pianificazione di un itinerario e alla documentazione per gli aspetti logistici è stata fino all’ultimo un continuo ripensamento tra molte perplessità e dubbi ricorrenti.

Però volevo partire. Sentivo la necessità di scrollarmi di dosso quella patina di immobilità e quell’insofferenza che mi montava dentro; avevo da sempre considerato il viaggio l’ossigeno delle emozioni e sentivo di aver vissuto gli ultimi mesi in una lunga apnea.

L’India era nella mia lista dei prossimi paesi da visitare, ma fino a quel momento non aveva oltrepassato quello status per diventare un viaggio pianificato. Inoltre avevo già almeno un paio di progetti in attesa di essere realizzati, che avrebbero avuto la priorità se non fosse scattata la molla che spinge molti a partire per il subcontinente indiano: la ricerca interiore, il distacco dalle emozioni e la volontà di vedere oltre la gioia ed il dolore della propria vita.

Mio padre era mancato, e la sua dipartita aveva contribuito ad innescare in me quel meccanismo. Fu così che dopo pochi mesi atterrammo all’Indira Ghandi Intl Airport.

Tra i diversi sentimenti che possono caratterizzare il viaggio in India, tre più di altri mi hanno lasciato il segno: il dubbio che si ha nel relazionarsi con gli indiani, in particolare nelle contrattazioni, che non sai mai se ti stanno fregando o stai facendo un affare; la sensazione di avere sempre persone addosso, e di riuscire a ritrovare un po’ di ‘spazio’ soltanto in hotel o all’interno di alcuni dei principali monumenti o templi; ed infine una lotta interiore tra emozioni contrastanti: amore e odio, unione e rigetto, profonda empatia e voglia di fuggire.

Il primo si è palesato subito. Pochi minuti dopo avere convertito gli euro in rupie presso un cambiavalute mi è venuto il dubbio di aver ricevuto qualche banconota in meno.

Chi è abituato a viaggiare in maniera indipendente porta sempre nel proprio bagaglio un minimo di diffidenza. E’ normale, ed è anche saggio, per evitare rischi inutili. Dopo un lungo viaggio in aereo, tra stanchezza e jet lag, e non avendo nessun comitato di accoglienza ad aspettarti – non che ne abbia mai voluto uno – si diventa ancora un po’ più sospettosi. E’ una reazione spontanea alla minore lucidità accompagnata da quel senso di insicurezza del trovarsi in terra straniera.

Lo dice la parola stessa, sentirsi spaesati, fuori dal proprio paese; ma è una sensazione temporanea che svanisce molto presto, prendendo confidenza con i luoghi.

Invece quel dubbio di essere oggetto d’attenzione per qualche buon affare – per loro – o per l’erogazione di qualsiasi tipo di servigio, mi rimarrà per l’intera permanenza in India.

Anche il mio amico Carlo Paschetto ne parla nel suo libro, e rileggendo il racconto del suo viaggio in Asia, non posso che condividerne le impressioni:

 

“Delhi. Ci arriviamo il 2 agosto, in una livida lattiginosa e già rovente alba, abbastanza preparati per affrontare quello che una guida turistica australiana definisce il regno, incontrastato ed ineguagliabile, dei ‘touts’ e degli ‘scam’.

La battaglia inizia appena il treno si ferma in stazione. Veniamo assaliti da veri/falsi facchini, da veri/falsi tassisti, da vere/false guide turistiche, da veri/falsi procacciatori d’affari, e così via. In India è molto difficile stabilire la differenza tra vero e falso, ammesso che esista. I primi metri a Delhi sono faticosi e l’inizio è da manuale.”

 

Quando usciamo dall’aeroporto l’impatto non è molto diverso da quello già sperimentato in altre capitali asiatiche. Nella corsa in taxi che ci porta al nostro albergo in centro, le immagini scorrono dal finestrino in un copione già visto altre volte: periferie desolate e sporche di rifiuti, margini di campagna lentamente inghiottiti nel tessuto metropolitano, traffico caotico, strade intossicate da polvere e smog, metropolitane ed edifici in costruzione.

Inizialmente, più delle persone mi destavano attenzione gli animali, soprattutto le vacche, che sacre e indisturbate scorazzavano per le strade. Ma già nei pochi giorni di permanenza in città ho iniziato a sviluppare una ipersensibilità all’affollamento che Paul Ehrlich ha così ben descritto nel suo libro “the population bomb”:

 

“L’impatto dell’esplosione demografica mi era chiaro sotto il profilo teorico già da molto tempo. L’ho capito anche dal punto di vista emotivo un paio d’anni fa in una notte afosa a New Delhi. La temperatura sfiorava i quaranta gradi e l’aria era impregnata di fumo e polvere. Le strade brulicavano di persone. Persone che mangiavano, si lavavano, dormivano. Persone che andavano in giro, discutevano e urlavano. Persone che infilavano le mani nel finestrino del taxi chiedendo l’elemosina. Persone che defecavano e urinavano. Persone aggrappate agli autobus. Persone che radunavano animali. Persone, persone e ancora persone.”

 

Fastidio. E curiosità. Questo curioso mix è stata la mia reazione all’immenso e stravagante materiale umano che ogni giorno ritrovavo appena messi i piedi in strada. Tassisti e guidatori di risciò che esaltavano le favolose opportunità di shopping presso qualche loro zio o cugino; bambini che si prodigavano in numeri acrobatici sui lastroni di cemento dei marciapiede; giovani che si proponevano come improbabili guide turistiche. Tutti avevano qualcosa da proporre e non concepivano una risposta negativa, e la sola via di fuga nei momenti in cui l’insistenza diventava insopportabile erano i tappi per le orecchie indispensabili inoltre per sottrarsi ai rumori del traffico urbano.

Ma la gente è anche l’anima dell’India; un’anima ricca e contrastata quanto la sua storia, le sua cultura, la filosofia e le religioni. Un anima che è viva ed ogni giorno si rinnova tra tradizione e voglia di sviluppo. Un anima che dimora in luoghi di sconcertante bellezza o di devastante tristezza.

Tiziano Terzani scriveva:

 

“Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. […] L’india, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto a questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino.” 

 

 

Non posso dire di averla odiata al primo impatto, questa terra dimora di dei e disgraziati, ma in più circostanze ho sentito forte il disagio e l’impulso a scappare. Il fascino dell’India ha però agito come un virus. Si è instillato in me ed è cresciuto lentamente nei mesi successivi al mio rientro rievocando le immagini ed i suoni, i profumi e gli altri odori, gli sguardi profondi della gente. Ripercorrere quei luoghi coi ricordi ha fatto emergere il senso di qualcosa di più grande, di impermanente.

 

 

India Photogallery

New Dehliultima modifica: 2011-02-14T19:08:00+00:00da massimoko
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